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LA COP28 da Bonn a Dubai:  conversazione con Silvana Paruolo sulla lotta ai cambiamenti climatici

10-07-2023 17:23

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LA COP28 da Bonn a Dubai:  conversazione con Silvana Paruolo sulla lotta ai cambiamenti climatici

A cura di Alessandro Mauriello

Alessandro Mauriello di europolitiche.it conversa con Silvana Paruolo (esperta in politiche europee e internazionali) sulla lotta ai cambiamenti climatici

 

AM -  Silvana Paruolo, a che punto sono i lavori della COP 28 dopo Bonn?

 

SP – Nel giugno 2023, a Bonn (per un ulteriore approfondimento, rinvio a mio articolo su Agenda Geopolitica di giugno) i lavori preparatori della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP28) che si svolgerà a Doha (30 novembre -12 dicembre 2023) sono stati segnati da profondi divisioni fra Paesi sviluppati e in via di sviluppo, a favore di un maggiore impegno rispettivamente nella mitigazione o nella finanza climatica. 

Non scordiamoci che adattamento significa anticipare gli effetti avversi dei cambiamenti climatici (per esempio con modifiche infrastrutturali). Invece la mitigazione mira a rendere meno gravi i loro impatti prevenendo o diminuendo l’emissione di gas a effetto serra, attraverso la riduzione (e eliminazione) delle fonti fossili e/o il rafforzamento dei pozzi di assorbimento e lo stoccaggio, l’incremento delle energie rinnovabili, un sistema di mobilità più verde, l’aumento delle dimensioni delle foreste ecc. Ad oggi, una sola cosa è certa.  C’è da passare dalla reazione a eventi estremi alla preparazione proattiva. 

Ma sul tappeto restano molti disaccordi, e quesiti aperti.  Mirare a una riduzione graduale (Phase down) delle fonti fossili / o delle loro emissioni?  Tener conto delle emissioni cumulate, o delle emissioni incrementali?  Chi (e come) finanzia?  Cosa intendere per una transizione giusta?  Ecc, Alla chiusura dei lavori preparatori di Bonn, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guaterres, ha espresso scetticismo e delusione.  La sua critica principale riguarda i combustibili fossili, considerando che dobbiamo ridurre le emissioni di gas climalteranti, ora.

 

AM -  Ma… ci sono state delle evoluzioni, a Bonn?

 

SP -  La presidenza della COP28 (nonostante la sua esplicita contestazione da parte di un gruppo di parlamentari americani e europei) resta al Sultano Ahmed Al-Jaber, ministro dell'Industria degli Emirati, ma anche Amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale Abu Dhabi National Oil Company.  Una cosa positiva – anche se resta da vedere se alle parole seguiranno i fatti - è che a Bonn, Ahmed Al-Jaber (che qualche settimana prima aveva annunciato di essere a favore al phase down, l’eliminazione graduale, non delle fonti, ma delle emissioni derivanti dalle fonti fossili)  ha definito “inevitabile” il phase down -l’eliminazione graduale dei combustibili fossili.  Il 7 giugno 2023, a Bruxelles, Ahmed Al-Jaber ha anche sottolineato - insieme alla presidente Von der Leyen - che l’Ue e gli Emirati hanno una “visione comune” della transizione energetica, da attuarsi mediante investimenti crescenti nel settore delle energie rinnovabili, garantendo al contempo che “nessuno sia lasciato indietro” e che siano tutelate “sicurezza energetica, accessibilità e costi contenuti”. 

Inoltre, visto che l’Accordo di Parigi prevede un Inventario globale delle azioni dei Paesi sul clima - quale base delle politiche future - a Bonn, è stata approvata una bozza indicativa della sua struttura, anche se il dibattito resta aperto sul punto C3.   I Paesi Occidentali insistono per mantenere i “flussi finanziari” espliciti e separati dai “mezzi di attuazione e sostegno”, nell’intento di esplicitare la necessità di rendicontare anche rispetto alla finanza privata e non soltanto rispetto a quella pubblica.   Ciò detto, gli esiti dei negoziati restano comunque poco entusiasmanti.

 

AM - Quali i principali nodi ancora da sciogliere? E come giudica le posizioni UE?

 

SP - Ad oggi, resta aperta la questione dei 100 miliardi di dollari all’anno di trasferimenti (dal mondo ricco a quello povero) per adattarsi ai cambiamenti climatici. Denaro promesso nel lontanissimo 2009, alla Cop15 di Copenaghen, e mai stanziato per intero.  

A  Bonn, mentre gli europei insistevano per far inserire  in Agenda  il potenziamento delle azioni di mitigazione, i Paesi Like minded developing countries (Algeria, Bangladesh, Bielorussia, Bhutan, Cina, Cuba, Egitto, India, Indonesia, Iran, Malaysia, Myanmar, Nepal, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, Sudan, Siria, Vietnam e Zimbabwe) si sono dichiarati non più disponibili a lavorare sugli obiettivi di mitigazione se, dall’altra parte, i Paesi occidentali continuano a temporeggiare sui risarcimenti climatici.  E hanno addirittura proposto l’aggiunta di un ulteriore punto sul potenziamento dei flussi finanziari. 

Di conseguenza, l’UE e i Paesi Aosis (l’organizzazione intergovernativa che racchiude trentanove piccoli Stati insulari, e quindi più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, ndr) hanno dovuto retrocedere sulla mitigazione, ritirando un punto sul Mitigation work programme.  E la questione dei finanziamenti ha prevalso anche a Bonn, come già alla COP27, in cui si è decisa la creazione del Fondo per Loss and damage (Perdite e danni di cui c’è tuttora da decidere quali saranno i Paesi vulnerabili che potranno utilizzarli e quali le nazioni che dovranno contribuirvi.  Alla COP27, l'Unione europea ha – giustamente -  proposto che il Fondo non va fatto per intervenire in tutti gli oltre 100 Paesi in via di sviluppo, ma solo in quelli "più vulnerabili".  E non devono essere solo Usa, Europa, Canada, Australia, Giappone ad alimentare il Fondo, ma anche altre potenze economiche, anche se ancora figurano formalmente tra i Paesi in via di sviluppo (v. la Cina).  

Per l'Unione europea, è essenziale allineare i flussi finanziari globali con gli obiettivi di Parigi per garantire che l'entità del sostegno finanziario corrisponda (compreso l'esame del pool di donatori) a quanto necessario per aiutare a risolvere le sfide esistenziali create dalla crisi climatica. Ma, a Bonn, l’Arabia Saudita ha invitato addirittura a riflettere sugli impatti dannosi delle azioni di mitigazione, lasciando piuttosto il necessario “carbon space” a quei Paesi che vogliono svilupparsi mentre l’Occidente punta ai suoi obiettivi Net Zero.  L’India ha sottolineato che “flussi finanziari continui verso i combustibili fossili possono essere considerati disallineati a Parigi per i Paesi sviluppati, ma non per quelli in via di sviluppo” e che “il mancato sviluppo dei finanziamenti per il clima è l’ostacolo più significativo al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi”.  E argomenti simili sono stati utilizzati dalle multinazionali dell’Oil&Gas per giustificare un’azione climatica fin troppo timida. 

I Paesi del gruppo G77 e Cina enfatizzano le emissioni storiche (pre-2020) mentre i Paesi sviluppati sostengono che c’è da tener conto del maggiore incremento - negli ultimi decenni - nelle emissioni da parte dei primi. Si pensi al caso eclatante della Cina, oggi primo emettitore globale.  

Il gruppo negoziale G77 (guidato dal Sud Africa) sostiene l’importanza di legare il tema della finanza climatica alla discussione sulla just transition.  Posizione ribadita anche da altri paesi.  Per gli Stati Uniti la just transition è solo quella della definizione ILO e del Preambolo dell’Accordo di Parigi (“Tenendo conto degli imperativi di una giusta transizione della forza lavoro e della creazione di posti di lavoro dignitosi e di qualità, in conformità con le priorità di sviluppo definite a livello nazionale”).  

Un’altra questione riguarda la fonte dei finanziamenti: i bilanci degli Stati, la finanza privata, o entrambi (secondo l’impostazione politica di appartenenza)?  Sul tappeto ci sono già più ipotesi quali ad esempio le seguenti.  Prevedere uno stanziamento minimo in climate finance nei bilanci nazionali, equivalente al 10% dei sussidi ambientalmente dannosi erogati l’anno precedente: oppure (considerando che i sussidi ambientalmente dannosi dovrebbero gradualmente ridursi fino all’azzeramento) ancorare la previsione percentuale al picco di spesa in sussidi dannosi, o ad un determinato anno-base. 

Un altro interrogativo aperto riguarda come contrastare la corruzione.  

 

A.M.   E l’Italia? Quale ruolo potrà giocare nella missione sviluppo sostenibile globale?

 

Limitandomi al clima, la pandemia, il conflitto russo-ucraino (e le loro bombe e missili) e la crisi energetica, lecite preoccupazioni di utenti e industrie stanno ridisegnando le ambizioni della transizione ecologica.  Ma - qualora ce ne fosse stato bisogno - l’alluvione in Emilia Romagna è un ennesimo allarme da non trascurare.   

Da tempo, si parla di un Piano Marshall per l’Africa e/o di un progetto per l’Africa, cooperativo e di mutuo interesse per l’Africa e per l’Europa stessa.   Ora il governo Meloni sta rivendicando un Piano Mattei per l’Africa (Mattei è stato promotore di una politica energetica che ha lasciato, per la prima volta, ai paesi africani margini di profitto).  Tenendo conto che di tutta la capacità di rinnovabili installate, solo l’1% è stata in Africa, un piano Mattei mi sembra una buona idea da realizzare con tutta l’UE. 

 L’Italia deve produrre energia alternativa a casa sua, per una sana autosufficienza.  Ma, già nel mio libro del 2021, ho molto insistito sulla necessità di un nuovo Piano (o insieme di Piani tra loro coordinati) - Mediterraneo ed europeo - per le rinnovabili e relativi necessari interventi strutturali e infrastrutture.  

L’Africa ha un grosso potenziale di idrogeno verde e di energia rinnovabile.  E l’Italia- ponte naturale dell’Europa verso l’Africa - potrebbe sfruttare questa sua caratteristica geografica per un ruolo significativo nel campo energetico europeo. Ma occorre ridisegnare e potenziare l’intera infrastruttura fisica (in Africa e nel Sud Est asiatico).


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