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Lo slancio civile di Piero Gobetti nel tributo di Paolo Di Paolo

24-03-2026 09:24

Europolitiche

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Lo slancio civile di Piero Gobetti nel tributo di Paolo Di Paolo

di Angelo Ariemma - A 100 anni dalla morte, lo scrittore dedica un libro all'intellettuale liberale - Di Paolo recalls the lesson of the young anti-fascist

Paolo Di Paolo, Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente, Milano, Solferino, 2025, p. 155, € 16,50.

Recensione di Angelo Ariemma 

 

EU/ENG - Abstract: Angelo Ariemma wrote a review for Europolitiche of "A New World Every Day," Paolo Di Paolo's dedication book that honors the intellectual and his "life in the present."

 

EU/ITA - Romanzo storico? Biografia più o meno romanzata? Niente di questo. Come dal titolo della Collana – Affreschi – quello che leggiamo è un vero e proprio affresco, dove il giovane martire della libertà è attorniato da tanti altri personaggi, suoi contemporanei o più vicini a noi, che lo osservano, lo descrivono, forse lo giudicano, mentre l’autore/pittore vi infonde i suoi toni, i suoi colori, le immagini più penetranti del suo animo, di quei personaggi, come del senso della vita.
Lo sfondo è la città di Torino, la Torino operosa dei primi anni del Novecento, dove, accanto alle riviste animate da Gobetti, nasceva anche “L’Ordine Nuovo” di Gramsci, dove lo stesso Gobetti pubblicava Ossi di seppia, la prima raccolta poetica di Eugenio Montale. Ma anche la Torino del secondo dopoguerra, la Torino della Casa editrice Einaudi, di Natalia Ginsburg che racconta Gobetti come "l’amico che viveva come un adolescente" (p. 20); di Pavese, anche lui “ossessionato dalla conquista della maturità” (p. 22); di Calvino, che "intende offrire di Torino un’immagine non letteraria, ma “morale e civile” (p. 24).
Queste le parole che infondono l’intenso colore di questo affresco: Piero Gobetti che sacrifica la sua giovane vita nello slancio civile di intellettuale, scrittore, editore; ma anche i suoi sodali, forse privi dello stesso coraggio “adolescente”, però vivi e operanti a resistere al fascismo e a far nascere una repubblica “morale e civile”: il nume tutelare Benedetto Croce, “che pure aveva guardato con benevolenza l’attivismo di Gobetti” (p. 67); il coetaneo Natalino Sapegno, incapace di distinguere se la sua fosse “ipocrita giustificazione della mia vigliaccheria, raccattata con argomenti sofistici, o sincera esposizione di seri propositi morali” (p. 115); il futuro intellettuale Norberto Bobbio, che, combattendo le falsificazioni e la propaganda, contribuisse “a spezzare il circolo chiuso di impotenza e di paura, in cui si rivela la contagiosa inferiorità dell’ignoranza” (p. 123).
Ma al centro dell’affresco sempre si accampa il giovane Piero Gobetti: lo studioso di Alfieri; l’editore aperto alle nuove correnti europee; l’intellettuale animatore di ben tre riviste: “Energie Nuove”, "bisognerà imporre l’obbligo di pensare, soprattutto. La giovinezza deve capire l’esigenza di lavoro. Deve capire che l’esigenza attuale è proprio quella che notava il Salvemini: vincere la pace" (p. 109); “La Rivoluzione Liberale”, “la rivoluzione intransigente di Gobetti si dà anzitutto come esercizio spirituale, individuale e poi collettivo” (p. 131); e la più letteraria “Il Baretti”; l’antifascista che per le sue idee sacrifica la vita, accanto ai fratelli Rosselli, accanto a Giacomo Matteotti, il quale "diventa per Gobetti qualcosa di più che un oppositore del fascismo. Era, ai suoi occhi, un modello esistenziale. L’uomo che sapeva dare l’esempio. […]. Cerca nella sua intransigenza il primo anticorpo contro le tentazioni demagogiche e populiste, nel suo “fanatismo protestante” l’allergia alla faciloneria, alla teatralità, alle “sagre” e alle parate scenografiche" (p. 89-91), a quel "Mussolini-Pulcinella, che Gobetti addita; l’assenza di preparazione politica è nascosta dalla maschera, da una proposta anche “visiva” che è “un’indicazione d’infanzia”. Risponde cioè con immaturità all’immaturità di un popolo e al suo servilismo, risponde usando il teatro e la violenza" (p. 83).
Accanto alla figura del martire, appare, al centro del libro e dell’affresco, la sua donna, la moglie Ada Prospero, alla quale Paolo Di Paolo dedica pagine intense a descrivere il comune impegno politico e giornalistico, che Ada coltiverà per l’intera sua vita, e l’afflato amoroso e sentimentale che si mostra nelle lettere rimaste, così sintetizzato dalla stessa Ada: "Nella tua breve esistenza c’è stato un ardore, tanto lavoro, tanta gioia, da farla più ricca e felice di tante altre lunghissime vite: non c’è stato in essa nulla di laido, di imperfetto, di malsicuro. È stata tutta luce: parabola breve, dall’intensità luminosissima. E penso che tu non vorresti che ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro e un esempio" (p. 62).
Eccolo, in un angolino dell’affresco, appare anche l’autoritratto dell’autore/pittore: il suo sguardo è discreto, timidamente si mostra a partecipare a quell’affresco, a travasare l’esempio e l’insegnamento di quell’epoca lontana nella nostra contemporaneità. E si descrive nel suo incontro con Antonio Tabucchi, lo scrittore di Sostiene Pereira, “esule” a Parigi dall’Italia berlusconiana, nel dolore della sconfitta ideale, nella delusione di non averla saputa contrastare: “Sì, c’ero, ci sono anche io in questo Paese. In questi anni. Non dormivo, forse no, non dormivo, ma ho fatto abbastanza?” (p. 79). E ancora, la risposta: "Ma cosa ci è successo? Quando abbiamo smesso di accenderci per l’identità politica? […]. Nei nostri anni, a queste latitudini, accanto a una zona troppo ampia dell’elettorato arresa all’astensionismo, ce n’è una, altrettanto vasta, che combatte una sorta di battaglia interiore. Non disposta a rinunciare al diritto-dovere del voto, non arresa ai venti malati dell’antipolitica, vive un profondo disagio, un imbarazzo quasi totale nei confronti di tutte le proposte elettorali" (p. 86). Ma, forte, ecco la risposta di Gobetti, ancora valida oggi, l’esempio che dovrebbe ispirarci: "Guai ai partiti – annotava Gobetti un secolo fa – che si limitano a formule “vaste e imprecise”. “Rappresentano, si dice, gli interessi dei singoli, ma badiamo che a procedere nettamente questo rappresentare interesse dei singoli porta non solo all’egoismo (che di per sé non sarebbe un male tanto terribile) ma addirittura fuori della politica – che è organizzazione. Si riduce – e va annullandosi – la possibilità di azione comune, la quale può nascere solo dal coesistere, accanto agli interessi, delle ragioni ideali, teoriche, ed esse poi concretate, cioè diventate questioni politiche. Nella vita attuale dei partiti invece di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini”. (p. 88).
Pensiero e azione, erano già le direttrici in cui si muoveva Giuseppe Mazzini, per quel Risorgimento mai definitivamente compiuto. Rimandato alla Resistenza al nazi-fascismo; e oggi di nuovo sconfitto, in bilico tra ignoranza scientemente diffusa e anelito alla maturità del popolo, che superi l’infanzia che si affida a un capo, ma prenda su di sé la responsabilità del proprio destino democratico "nonostante la notte. […]. La vita adulta è un respiro più profondo fra un nonostante e l’altro? Nonostante la fatica, la stanchezza. Nonostante il mal di schiena. Nonostante il tempo che passa. Nonostante tutto. Non sembra, ma il suo valore avversativo è alla base di gran parte dei nostri sforzi. Alimenta piccole imprese eroiche della quotidianità. Nella vita pubblica, è il presupposto di ogni speranza, di ogni ideale. […]. Passa per i “nonostante” la distruzione di un mondo fallace. Ogni uomo che tenta di fabbricare un’alternativa al peggio è un esperto di “nonostante”. Non è uno che fugge il mondo o lo rifiuta: “Il suo desiderio principale è di far parte di questo mondo” scrive Hannah Arendt quando definisce il modello dell’uomo comune armato di buona volontà. Intenzionato a difendere una possibilità di “armonia con i bisogni e la dignità” dell’umano. […]. La stagione politica più mortificante, più tossica, più insensata non spinge a rinunciare, ma a reagire. Diventa un’occasione straordinaria per darsi da fare". (p. 43-44).
Domandiamoci anche noi: “Nonostante, facciamo abbastanza?”, in questo tempo sbagliato, in questa Seconda Repubblica, che ci ha portato al fascismo eterno di cui parla Umberto Eco. Su questo crinale tra XX e XXI secolo, così simile a quello tra XIX e XX, coi venti di guerra e di totalitarismi a rompere il guscio della Belle Époque, ecco l’esempio di Piero Gobetti: "Lavoro perché credo all’immanenza della vita e della storia, perché sento di realizzare così in me la legge universale, perché credo che, volendo migliorarci e farci seriamente generosi in questo mondo dobbiamo rinunciare a tutto ciò che è vago (sirene), a tutto ciò che è troppo personalmente interessante, troppo empirico e limitato: dobbiamo sacrificarci non inutilmente e rumorosamente, ma silenziosi, ogni giorno, all’opera nostra che, per quel che vale, diventa appena esce da noi, appena si estrinseca, patrimonio di tutti." (p. 148).
Qui, il senso di una storia umana semplice e complessa allo stesso tempo. Semplice perché il giovane Piero Gobetti è certo delle sue idee e del proprio ruolo nel mondo. Complessa perché il momento storico in cui ci si trova a vivere lo costringe alla lotta contro chi si dimostra intollerante verso la sua “semplicità”, fino al sacrificio ultimo, che lo fa martire della patria e del liberalismo sociale.

 

Angelo Ariemma per @europolitiche.it

 

*This contribution is not a journalistic article but an analytical brief - Questo contributo non è un articolo giornalistico ma un brief analitico

 


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